Hanno scritto di lui

Dino Sanna (RAI naz.le); Adriano Vargiu, (La Nuova Sardegna); Michele Columbu, (deputato al Parlamento); dr. Giorgio Ariu, (direttore de «II Cagliaritano»); dr. Leonida ,Macciotta, (scrittore, giornalista e critico); Attilio Maccioni, (scrittore); Massimo Grillandi, (scrittore, giornalista e critico – Roma); Ezio Di Poppa Voltura, (soc. Nazionale Dante Alighieri) Teramo; Studi Centro AVE; Loppiano; Fausto Silesu, Verona; Aurelio Ragionieri, «La Nazione» di Firenze; Elena Beilucci, Avvenire Milano; Sandra Sallemi, L’Altro Giornale, Cagliari; Adriano Vargiu, L’Altro Giornale, Cagliari; Unione Sarda; Forza Paris (mensile dei gruppo Sardista al Consiglio Regionale Sardo; il Giornale d’Italia; Antonio Curdi Duprè; Giuseppe Congiu; (Sardegna Attualità); M. Boninsegna, (l’Unione Sarda); Salvatore Amisani, (Orientamenti)- Nazareno Mocellin (Unione Sarda); Anna Maria Janin (Unione Sarda); Giovannino Porcu, Giuseppe Melillo (L’Altro Giornale); Paolo Pais (giornalista e critico)

Hanno parlato di lui

Il Giornale d’Italia; L’Unione Sarda; Corriere del Sulcis; Gazzettino Sardo; Avvenire di Milano; La Nuova Sardegna; Proposta Dibattito; Orientamenti; il Tempo di Roma; Sassari Sera; Terza rete RAI TV; La Voce Sarda; Vídeolina; Tuttoquotidiano; Cagliari Express; Tribuna dei Ferrovieri; Cronache; Sardegna Cultura; Sardegna Attualità; Mondo di Roma; Casa editrice «La Prora» Milano; Catalogo nazionale della scultura «Bolaffi»; La Nazione (Firenze); Sardegna Civiltà; Cultura sarda per le scuole; Seconda rete Rai TV; Guida di Cagliari; L’Altro Giornale; Mensile culturale «La Revue Moderne» Parigi; Il Cagliaritano.

GIOVANNI SIMBULA è giovanissimo: nel 1971 ha vinto il «Primo premio, opera prima scultura-, nella Rassegna Artistica Culturale di Cagliari. La sua scultura prende forma e movimento soprattutto con il fil di ferro saldato (rare volte con il ferro e la lamiera). Di lui ci interessa in particolare la tematica: la Sardegna. Non crediamo di sbagliare affermando che si tratta di uno dei pochi artisti rimasti fedeli alla propria isola. Il vento, il forte maestrale che piega uomini e alberi, «il rude vento/che corre tutta l'isola, lamento,/pianto di mari, d'uomini, di belve, dei versi sattiani, domina nella maggior parte delle opere. «L'emigrato» rappresenta il dramma della civiltà dei consumi: l'uomo costretto ad abbandonare la propria gente, con un fagotto di stracci e di miseria, per cercare un po' di benessere. «Spopolata sei, / anche assetata e incolta , terra di mandorle amare ... Richiama i figlioli emigrati: / che insieme ti calzino un sandalo nuovo / per le novissime strade / del mondo che impetuosamente muta.», canta Raimondo Manelli. «Sequestro di persona, un altro dramma: cielo plumbeo, maschere a cappuccio, mitra e vento, tanto vento . . . Così Giovanni Simbula immagina uno dei tanti rapimenti che macchiano la terra dei nuraghi, del mirto e del lentischio, del fico d’india e del cisto. L'abbaglio del facile guadagno, la sostituzione della "bardana,, con un banditismo urbano. E ancora lacrime per l'antica Ichnusa: «Ahi! Sardegna, Sardegna, nuraghe di silenzio / nuraghe di dolore.» così Francesco Masala. «La caccia al cervo», dove nella lancia che uccide è riposta tutta la speranza per salvare la fauna, la flora, tutto l'ambiente naturale di una fra le più antiche terre del mondo, qual è la Sardegna. Un giovanissimo scultore, abbiamo detto inizialmente: guardiano, però, quanta maturità c'è nel suo lavoro tecnico. Un artista della Sardegna, fiero nel carattere e nella forza dell'accusa reale. Figlio di una terra meravigliosa, maltrattata e dimenticata. Un artista (bisogna dirlo?) al passo con il tempo.
Adriano Vargiu
Critico d'arte
Far parlare il ferro non è cosa da poco, ma riesce assai bene a Giovanni Simbula che vi realizza delle sculture che hanno forma e contenuto, anche se egli dice di badare, per ora, soprattutto alla prima. Se non fosse per il tipo del materiale utilizzato, che non sempre è ferro si direbbe che siamo davanti a una riscoperta delle statuine votive del periodo nuragico. Fatte le dovute differenze, sono presenti gli stessi elementi (l'essenzialità; la grandiosità sia pure nelle minute dimensioni, la drammaticità) di quelle opere plastiche che non sono quasi mai uscite dai musei nel senso che la maggioranza dei nostri pittori e scultori non ne hanno saputo cogliere e ricreare gli elementi di attualità. Soprattutto quello della tragedia, che molta parte di esse esprimono e che allora come oggi investe la nostra gente. Questo è presente invece nei lavori di Simbula, e basterà rivedere la sofferenza del Prigioniero inarcato dal morso dei vincoli che stringono i polsi o quella dei "Doloranti” dove strisce di metallo segnano i tratti del dolore e della rassegnazione. Una caratteristica che aggiunge suggestione a suggestione è quella della ripiegatura in uno stesso senso delle parti componenti le sculture, come se i personaggi raffigurati fossero calati nel vento. È facile comprendere di ciò sia il valore oggettivo, di richiamo a drammi e tragedie che si svolgono nella terra del vento - la Sardegna - e quello. simbolico, di tempesta umana - carestie, miseria, sofferenza, odio vendetta e passione. Nella progressione del tempo, le opere di Simbula si sono fatte sempre più essenziali tanfo che ogni parte dei suoi scheletri di metallo induce e sottende significati e tonalità differenti ma tutti convergenti a sostenere l'assunto fondamentale che è quello, appunto della tragedia, vera misura della realtà sarda. Sotto questo aspetto, 'La sottrazione dello spazio appare funzionale: misurata e articolata in modo da sottolineare slanci e staticità, disposta in riodo da assegnare ai vuoti una funzione complementare e coerente al discorso dei pieno. Una produzione di rilievo, in definitiva, che battezza nel modo migliore questa personale dello scultore.
Dino Sanna
In Via Università, a Cagliari, il sole di Luglio inonda di luce la Torre dell'Elefante in un riverbero che prelude al torpore della giornata estiva; ma di fronte all'ingresso principale dell'antica sede dell'Ateneo, lo studio-laboratorio di Gianni Simbula, costantemente in ombra, allontana questa sensazione non appena se ne varca la soglia. Qui nell'accogliente saletta di esposizione, lo scultore intrattiene i visitatori col suo fare sorridente e amabile, ma con la stessa timidezza di chi vorrebbe dire mille cose e invece si controlla per un antico pudore. "Dal colle di Monte Urpinu, dice uno dei presenti, dovrà portar via la sua "scultura" per far posto ad una statua di S. Francesco d'Assissi. E' la notizia del giorno, fresca di stampa (è riportata da un giornale del mattino) che però lascia in - differente l'artista-autore, trattandosi di una vecchia storia, quella di una "pietra" che mal sopportando lo spazio chiuso del suo laboratorio, aveva preso la via del colle per confrontarsi con l'ambiente, il paesaggio e la natura. Oggi, dunque, la si vorrebbe rimuovere col pretesto di nuovi interventi che sanno di misteriose decisioni imposte dall'alto. Ma Gianni Simbula, come si diceva non se ne duole più di tanto, convinto com'è che prima o poi, dietro il suo esempio, gli ampi spazi del colle consentiranno una festa di sculture, un museo all'aperto sotto il cielo di Sardegna, uno spettacolo consolante in questo nostro tempo denso di contrasti. Un sogno il suo? Forse ... ma con la segreta speranza che la sua iniziativa abbia il sostegno di quanti fermamente credono nella scultura in un paese dove la pietra, il colore e il paesaggio hanno avuto in ogni epoca una suggestione profonda. E fin qui la premessa, suggerita dalla circostanza, è vero, ma non del tutto ovvia se si pensa che Gianni Simbula non è lo scultore "nuovo" alla ricerca di faci li compensi, ma un artista giunto alla sua piena maturità che dopo lunghi anni di esperienze tecniche sull'uso del materiale scultoreo e di meditazione sulle teorie prospettiche, considera ancora il suo operare non come punto infecondo, punto di approdo, ma come momento stimolante d'avvio. Attualmente le sue scelte, che lui definisce "obbligate" ma che sarebbe meglio considerare come fughe improvvise da un certo "modus vivendi" di una società che gli è ostile, sono frutto della ricerca di una verità, più che di una fortuna, verso la quale si muove portandosi dentro i ricordi di una adolescenza difficile e il segreto delle proprie emozioni davanti alle cose belle della natura. Ne sono testimonianza le recenti opere esposte nella, saletta che ora sembrano scaturite dal groviglio materiale, costituito da lamine metalliche e da filo di ferro, alla ricerca di una libertà che comporta un continuo incontro-scontro dell'arti sta con la materia stessa, ed ora, riferendoci ai bronzi e alle pietre, assumono forme di pura soggettività, di intimistica espressione, di forte pessimismo, per altro, mai disgiunto da quell'utile misura di ironia che lo salva dalle frustrazioni e gli consente di dare spazio all'imprevisto e al gioco della fantasia. Dalle sue"pietre", inoltre, traspare una caratteristica tecnica che si. manifesta nello sviluppo delle brevi rientranze e delle sporgenze della materia con passaggi armoniosi messi in luce dalla bellezza delle pietre stesse: caratteristica, questa, messa in evidenza a Santa Margherita Ligure, dove recentemente lo scultore conseguì un lusinghiero successo, e prima ancora a Firenze dove ottenne il "Leone d'Oro" come primo premio, messo in palio, dall'Accademia della Signoria, e che via via pare accentuarsi col riemergere di larvate figurative sulla superficie delle sue sculture. Siamo dunque davanti ad un autentico artista che all'intelligenza del suo spirito innovatore' unisce la volontà di rivisitare i valori della scultura tradizionale e di restar fedele a quel momento magico della nostra Isola quasi a trasferire nell'immagine plastica i segni ideali di una civiltà che nelle pietre ha avuto la sua affermazione prima, sottolineando così - come già' battendo altre strade, fanno Costantino Nivola, Pinuccio Sciola, Mario Porcu, per citare pochi nomi - l'appartenenza ad un popolo che ha rivelato, fin dalle epoche remote, un grande amore per la scultura.
Giovannino Porcu
5 sett. 1973 Egregio sig. Simbula La ringrazio di avermi mandato la monografia che la riguarda. Non conoscevo il suo nome e la sua opera,e non lo ascrivo a mio merito. Tutto ciò che tende a trarre la Sardegna dall'ingiustificato silenzio di secoli, a valorizzarla, a darle speranza e fiducia deve essere incoraggiato riconosciuto e premiato. Purché i Sardi smettano una buona volta di piagnucolare e di attendersi tutto dagli altri. Volere é potere; lamentarsi significa per chi lo fa rassegnazione, per chi assiste compatimento. Le autorità locali fanno poco o nulla per gli artisti che sono,in Sardegna più che altrove, il sale della terra. E lo sono perché costituiscono la parte eletta della sua gente, e perché il colore dei mirabili costumi e tessuti delle donne, gli intagli elementari dei pastori, i canti di tutti che sanno di invocazioni religiose e più di tristezza che di letizia, sono le poche cose che hanno sempre aiutato i Sardi a sopravvivere. Non esistono premi regionali e provinciali di pittura e scultura; si aiutano gli artigiani, e sta bene, non si fa nulla per gli artisti; non risulta che la Regione abbia mai finanziato del tutto e in parte un qualsiasi organo di stampa,' il quale si occupi e si preoccupi degli artisti. Oggi si aiutano molto gli emigranti a cui la nostra terra non può assicurare il lavoro: ed anche questo è bene, purché non se ne faccia argomento di pietà e di troppo scoperta speculazione politica. Ma che cosa sono gli artisti per loro eterna natura se non emigranti del pensiero e spesso emigranti della società;intesa tale emigrazione ed evasione nel senso più nobile e degno. La premessa é un pò lunga, ed é necessario tornare a quanto lei mi chiede. Disapprovo che molti degli scultori contemporanei abbiano ripudiato il marmo. Forse lo fanno per ragioni economiche; ma l'incontro e lo scontro fra il blocco di marmo e l'individuo sapeva oltre tutto di eroico e di vittoria,e più di creazione. In troppi casi il ferro, al quale oggi si ricorre, sa invece di siderurgia e di meccanica. Le lunghe filastrocche, alle quali di solito l'artefice deve ricorrere per spiegare e lodare i suoi contorti ed insignificanti elaborati fanno inoltre pensare ai piazzisti di macchine utensili. Non é questo, per fortuna, il suo caso, e nessuno potrebbe dire meglio della sua arte di quanto ha fatto Adriano Vargiu: lei "ha saputo dare un accettabile volto (ed io aggiungo umano) alla scultura in ferro". La fotografia delle sue opere, quali risultano dallo stampato, riempiono evidentemente i vuoti della loro tessitura metallica e gli danno maggiore carattere pittorico; ma ugualmente c'é in esse movimento espressione sofferenza. Insomma c'é vita. Ed esse tutte sembrano portate da quel "vento infernal che mai non resta, il maestrale, che tuttavia é il lavacro il ventilabro ed il germinatore della dolce-amara terra di Sardegna. Belle davvero 'Il sequestro' - 'La mietitrice' - 'Oltre l'orizzonte' - 'Lotta per la, sopravvivenza' - 'Il vizio' - 'Ricordi d'infanzia'.Belle tutte. Inutile le dica che deve continuare; se non lo facesse, non sarebbe un vero artista. Cordiali saluti
Leonida Macciotta
La scultura filiforme del Simbula si presenta in una dimensione diversa dalla realtà:il suo continuo movimento è tattile epperciò sensitivo e pur sempre coloristico,dato l'effetto emozionale di cui essa è pervasa, quasi a testimonianza di un'intima sofferta realtà. Un senso di profonda umanità muove il Simbula in una materia che pur arida e fredda, qual è il ferro (o il rame o il bronzo),diventa fertile e calda. E non è il calore della fiamma ossidrica che infonde vigore al contenuto dell'intenzione espressiva del Simbula, non sono le gocce di fusione che vivificano la materia. ma è proprio la realtà, dinamica e spaziale della composizione che dà vita alle immagini delle sensazioni avvertite,in una forma, in "quella forma" che il Simbula fa vibrare e che pur in una apparente tonalità monocroma presenta in effetti un drammatico contrasto di luci. La modestia del Simbula (autodidatta, ma carica di bontà e di emozioni) è pari alla modestia della materia di cui egli si serve. Ma la materia, liberata dai suoi elementi strutturali presenta un alto e squisito equilibrio di contenuto fra racconto e mezzi,che non sanno di tecnicismo ma di calda e affascinante suggestione. Nel Simbula la tecnica o il mestiere non dipende in modo prevalente dalla materia, ma circoscrive e sintetizza ad un tempo la complessità del cosmo che l'artista vive e fa vivere c comunicando con l'impeto e il travaglio delle sue emozioni, l'impegno di ciò che egli intende e sente. La scultura del Simbula fa vibrare senza frastuono ma con una musicalità semplice e diretta, perché, lo ripeto,non di pura materia è costruito il suo racconto, non di materia inerte ma viva, cioè sostanziata nell'opera che è idonea a raggiungere quell'espressione sofferta e dunque valida a rappresentare la realtà,la "sua realtà" fatta di sconforto,di ostilità, di vizio,di pietà,di perché (questi sono i temi che l'artista ha trattato); Non vi è dunque contrasto fra. materia e linguaggio,fra tecnica, e sentimento; e l'una e l'altra si presentano complementari integrandosi vicendevolmente in un equilibrio non voluto ma sentito,in un essenza creativa non riflessiva ma genuina,in un risultato non discordante ma musicale. Affrontare la critica e gli estimatori fiorentini è certamente cosa ardua,ma è ancora più arduo,io credo, non comunicare quando tale vocazione si sente. E l'inclinazione del Simbula è orientata verso il successo,semplice ma onesto,come é la sua vita,come è la sua arte.
Mario Pisano