In Via Università, a Cagliari, il sole di Luglio inonda di luce la Torre dell'Elefante in un riverbero che prelude al torpore della giornata estiva; ma di fronte all'ingresso principale dell'antica sede dell'Ateneo, lo studio-laboratorio di Gianni Simbula, costantemente in ombra, allontana questa sensazione non appena se ne varca la soglia.
Qui nell'accogliente saletta di esposizione, lo scultore intrattiene i visitatori col suo fare sorridente e amabile, ma con la stessa timidezza di chi vorrebbe dire mille cose e invece si controlla per un antico pudore.
"Dal colle di Monte Urpinu, dice uno dei presenti, dovrà portar via la sua "scultura" per far posto ad una statua di S. Francesco d'Assissi. E' la notizia del giorno, fresca di stampa (è riportata da un giornale del mattino) che però lascia in - differente l'artista-autore, trattandosi di una vecchia storia, quella di una "pietra" che mal sopportando lo spazio chiuso del suo laboratorio, aveva preso la via del colle per confrontarsi con l'ambiente, il paesaggio e la natura.
Oggi, dunque, la si vorrebbe rimuovere col pretesto di nuovi interventi che sanno di misteriose decisioni imposte dall'alto. Ma Gianni Simbula, come si diceva non se ne duole più di tanto, convinto com'è che prima o poi, dietro il suo esempio, gli ampi spazi del colle consentiranno una festa di sculture, un museo all'aperto sotto il cielo di Sardegna, uno spettacolo consolante in questo nostro tempo denso di contrasti.
Un sogno il suo? Forse ... ma con la segreta speranza che la sua iniziativa abbia il sostegno di quanti fermamente credono nella scultura in un paese dove la pietra, il colore e il paesaggio hanno avuto in ogni epoca una suggestione profonda.
E fin qui la premessa, suggerita dalla circostanza, è vero, ma non del tutto ovvia se si pensa che Gianni Simbula non è lo scultore "nuovo" alla ricerca di faci li compensi, ma un artista giunto alla sua piena maturità che dopo lunghi anni di esperienze tecniche sull'uso del materiale scultoreo e di meditazione sulle teorie prospettiche, considera ancora il suo operare non come punto infecondo, punto di approdo, ma come momento stimolante d'avvio.
Attualmente le sue scelte, che lui definisce "obbligate" ma che sarebbe meglio considerare come fughe improvvise da un certo "modus vivendi" di una società che gli è ostile, sono frutto della ricerca di una verità, più che di una fortuna, verso la quale si muove portandosi dentro i ricordi di una adolescenza difficile e il segreto delle proprie emozioni davanti alle cose belle della natura.
Ne sono testimonianza le recenti opere esposte nella, saletta che ora sembrano scaturite dal groviglio materiale, costituito da lamine metalliche e da filo di ferro, alla ricerca di una libertà che comporta un continuo incontro-scontro dell'arti sta con la materia stessa, ed ora, riferendoci ai bronzi e alle pietre, assumono forme di pura soggettività, di intimistica espressione, di forte pessimismo, per altro, mai disgiunto da quell'utile misura di ironia che lo salva dalle frustrazioni e gli consente di dare spazio all'imprevisto e al gioco della fantasia.
Dalle sue"pietre", inoltre, traspare una caratteristica tecnica che si. manifesta nello sviluppo delle brevi rientranze e delle sporgenze della materia con passaggi armoniosi messi in luce dalla bellezza delle pietre stesse: caratteristica, questa, messa in evidenza a Santa Margherita Ligure, dove recentemente lo scultore conseguì un lusinghiero successo, e prima ancora a Firenze dove ottenne il "Leone d'Oro" come primo premio, messo in palio, dall'Accademia della Signoria, e che via via pare accentuarsi col riemergere di larvate figurative sulla superficie delle sue sculture.
Siamo dunque davanti ad un autentico artista che all'intelligenza del suo spirito innovatore' unisce la volontà di rivisitare i valori della scultura tradizionale e di restar fedele a quel momento magico della nostra Isola quasi a trasferire nell'immagine plastica i segni ideali di una civiltà che nelle pietre ha avuto la sua affermazione prima, sottolineando così - come già' battendo altre strade, fanno Costantino Nivola, Pinuccio Sciola, Mario Porcu, per citare pochi nomi - l'appartenenza ad un popolo che ha rivelato, fin dalle epoche remote, un grande amore per la scultura.